La plastica in mare è diventata un indicatore concreto dell’inquinamento oceani. Il fenomeno della sua dispersione viene oggi misurato attraverso interventi di risanazione, tecnologie che individuano gli accumuli e campagne di sensibilizzazione che mettono in pista azioni concrete. Parlare di “raccolta” significa tenere insieme contesti molto diversi: dalle isole di plastica in alto mare alle foci dei fiumi, fino alle operazioni costiere dove i rifiuti in mare si accumulano e tornano a riva a causa di correnti e mareggiate.
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Chi raccoglie plastica dai mari: le realtà più attive
Tra le organizzazioni più citate per scala e continuità operativa, spicca The Ocean Cleanup, no-profit attiva su più fronti. Da una parte la pulizia delle grandi aree di accumulo oceanico, dall’altra l’intercettazione dei polimeri sintetici nei corsi d’acqua, prima che la plastica arrivi in mare. Nel 2024 ha comunicato di aver rimosso 11,5 milioni di chilogrammi di rifiuti da oceani e fiumi in un solo anno.
Accanto alle grandi operazioni tecnologiche, esistono modelli basati su flotte e squadre permanenti. 4ocean, impresa ad alto impatto che realizza progetti anche attraverso la sua Fondazione, a novembre 2024 ha dichiarato di aver superato i 18 milioni di chilogrammi raccolti da oceani, fiumi e coste.

Sul versante dei porti e della marina, una soluzione diffusa è quella dei cestini galleggianti. Il Seabin Project utilizza dispositivi che aspirano l’acqua di superficie e trattengono detriti: Science Direct riporta che fino a oggi sono stati installati oltre 860 dispositivi e ritirati fino a 3,25 milioni di chili di rifiuti.
A livello internazionale, programmi come quelli della Surfrider Foundation rendicontano in modo regolare i risultati: solo nel 2024 sono stati rimossi 165mila chili di plastica da spiagge americane tramite volontari. Iniziative globali come il Global Ocean Cleanup di Oceanic Society riportano i dati annuali. Nel 2025, sono state 47,4 le tonnellate rimosse in 25 diversi Paesi.
Cosa succede in Italia
In Italia, tra le realtà più strutturate c’è Marevivo, che in collaborazione con Tezenis e partner tecnici ha comunicato il recupero di oltre 20.000 chilogrammi di rifiuti nel Mediterraneo, con una quota rilevante legata ad attrezzi da pesca. Sul fronte della mobilitazione e della citizen science, campagne come quelle di Legambiente (Spiagge e Fondali Puliti) lavorano soprattutto su costa e fondali in tratti monitorati. Nel 2024, l’associazione ha comunicato la raccolta di 23.259 rifiuti in 33 lidi. Qui, a differenza degli altri esempi, il dato è espresso in numero di oggetti, utile per capire la composizione dei rifiuti in mare e a riva.
Come si raccoglie: tecniche diverse per problemi differenti
La plastica in mare non è tutta uguale, e allo stesso modo, neanche la raccolta.
- Pulizia degli oceani: nelle grandi aree di accumulo (le cosiddette isole di plastica) si interviene con sistemi di cattura e raccolta in superficie, pensati per macro-rifiuti galleggianti. The Ocean Cleanup opera proprio su questo livello, con campagne di estrazione e rimozione in alto mare e programmi di intercettazione fluviale.
- Intercettazione nei fiumi e nei canali: agire a monte spesso è più efficiente, perché i rifiuti si concentrano nei punti di passaggio prima della dispersione in oceano. In molte aree si usano barriere, sistemi di raccolta e mezzi dedicati.
- Rimozione costiera e portuale: dispositivi come Seabin funzionano in aree riparate (porti, marina), catturando rifiuti flottanti e micro-frammenti in superficie.
- Recupero di attrezzi da pesca: reti e attrezzature abbandonate richiedono spesso subacquei, mezzi e logistica specifica. Nel Mediterraneo, i progetti di Marevivo evidenziano proprio la rilevanza di questa categoria.
- Pulizie coordinate con volontari: aumentano il presidio del territorio e producono dati su tipologie e fonti, molto utili per politiche e prevenzione (ad esempio monouso, packaging, mozziconi). Anche l’associazione di promozione sociale Liberi dalla Plastica organizza periodicamente raccolte per supportare l’ambiente, con la partecipazione di soci e volontari.

Iniziative che promuovono la raccolta senza “pescare” rifiuti in prima persona
Esistono progetti che lavorano sulla leva culturale e sulle partnership, collegando attività sportive o community a operazioni di rimozione svolte da soggetti terzi. Un esempio è More Miles Less Plastic di One Ocean Foundation: dal 2022, per ogni miglio percorso da barche partecipanti a eventi selezionati, la fondazione si impegna a raccogliere plastica tramite una collaborazione con Sungai Watch. È un modello interessante perché rende misurabile l’impegno e tiene alta l’attenzione sul tema plastica in mare anche fuori dai contesti militanti.
Il collegamento con la legge Salvamare: dalla raccolta spontanea alla filiera
In Italia, la legge Salvamare (legge 17 maggio 2022, n. 60) crea un quadro che facilita e incentiva il conferimento dei rifiuti raccolti in mare, soprattutto quelli accidentalmente raccolti durante le attività di pesca. Tra le misure, viene richiamato l’obbligo per i comandanti di conferire questi rifiuti negli impianti portuali di raccolta.
In termini pratici, è un passaggio decisivo: senza una filiera portuale chiara (raccolta, pesatura, stoccaggio, avvio a trattamento) la rimozione rischia di fermarsi sul molo. Con la Salvamare, la raccolta diventa più facilmente “gestibile” e replicabile, e questo può aumentare la quantità di rifiuti in mare intercettati prima che si frammentino o finiscano nelle isole di plastica.
Perché è utile misurare la plastica in mare
Misurare quanta plastica in mare è stata raccolta significa mettere a sistema dati, metodi e confini operativi tra alto mare, fiumi, porti e coste. I numeri più rilevanti arrivano da chi unisce continuità e rendicontazione, mentre le campagne locali e i programmi volontari costruiscono pressione pubblica e informazioni utili per prevenire. La direzione più efficace combina tutto, partendo dalla raccolta dove serve, passando per l’intercettazione a monte, e l’emanazione di norme come la Salvamare che trasformano la buona volontà in un meccanismo stabile contro l’inquinamento oceani.





