L’emergenza della plastica negli oceani è crescente: ogni anno tonnellate di PE, PET e altri polimeri sintetici si accumulano negli ecosistemi marini, minacciando la fauna, gli habitat naturali e persino la salute umana. La scoperta di un fungo mangia plastica, in particolare il Parengyodontium album, mostra una via alternativa e naturale per affrontare questa crisi. Così come altri microrganismi degradatori, il microfungo apre la strada a soluzioni sostenibili e innovative per la degradazione plastica in ambienti difficili da bonificare.
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Cos’è il fungo mangia plastica
Il fungo mangia plastica è un microrganismo capace di utilizzare alcuni tipi di plastica come fonte di energia e carbonio, degradandola lentamente. L’esempio più studiato a oggi è il Parengyodontium album, un fungo marino che è stato ritrovato e isolato nella cosiddetta Great Pacific Garbage Patch, una delle aree oceaniche dove ogni giorno si concentrano milioni di tonnellate di rifiuti. Questo organismo riesce ad attaccare in particolare il polietilene (PE), una delle plastiche più diffuse e resistenti nell’ambiente, presente in grande quantità negli habitat marini a causa dell’inquinamento.
Quanti funghi che mangiano la plastica sono stati trovati?
Al momento, in ambiente marino, i casi confermati di funghi che mangiano la plastica sono pochissimi. In totale, solo quattro specie marine hanno dimostrato questa capacità in modo solido. Allargando lo sguardo a suoli, discariche e laboratori, la letteratura riporta decine di specie fungine associate a processi di degradazione plastica, appartenenti a generi come Aspergillus, Penicillium e Trichoderma. Tuttavia, il numero preciso varia a seconda dei criteri di inclusione e del livello di prova richiesto. A differenza dei batteri, più numerosi e studiati in questo contesto, i funghi plastivori sono ancora poco conosciuti, rendendo la scoperta del Parengyodontium album particolarmente rilevante.
Come funziona la degradazione
Gli esperimenti condotti fino a oggi hanno dimostrato che la degradazione da parte del fungo della plastica avviene solamente con specifiche condizioni:
- la plastica deve essere esposta alla luce solare o ai raggi UV per indebolirsi e diventare più vulnerabile;
- una volta “preparata”, il fungo riesce a colonizzarla, formando un biofilm e avviando un processo di degradazione plastica;
- parte del carbonio della plastica viene trasformato in energia per la crescita del fungo e parte convertito in anidride carbonica (CO2).

Quali sono le applicazioni pratiche di questa scoperta
Gli studi sul fungo mangia plastica aprono orizzonti interessanti per lotta all’inquinamento:
- Bioremediation marina. Il Parengyodontium album potrebbe essere integrato in sistemi di degrado controllati su piccola scala, soprattutto nelle zone superficiali degli oceani dove la plastica è esposta al sole;
- Bioingegneria e sintesi di enzimi. Grazie alle ricerche, si potranno isolare enzimi o molecole attive per potenziare la degradazione plastica industriale;
- Integrazione nelle strategie globali. Il fungo mangia plastica può affiancarsi a tecnologie per la rimozione meccanizzata dei polimeri sintetici, offrendo una degradazione naturale nelle fasi finali del trattamento.
Tuttavia, queste applicazioni restano ancora sperimentali e lontane dalla scala industriale.
Quali sono i limiti del fungo mangia plastica
Nonostante il potenziale dei microrganismi, ci sono dei limiti importanti alla loro azione su scala diffusa:
- Il Parengyodontium album degrada solo la plastica che è stata esposta al sole e quindi raggiungibile in superficie. La sua dipendenza dalla luce UV rende quindi inaccessibili i polimeri affondati o in zone poco illuminate dei fondali.
- La velocità di degradazione è molto ridotta: lo 0,05 % al giorno sarebbe lento su larga scala. Per risultati significativi servono tempi troppo lunghi o densità maggiori di microrganismi.
- Anche se minima, il processo di degradazione produce CO2.
- L’applicazione controllata del fungo richiede studi approfonditi sugli effetti collaterali e la sicurezza ambientale, affinché non diventi invasivo o dannoso per gli habitat, sortendo l’effetto contrario.
Ricerche e prospettive future
Il futuro della ricerca sul fungo mangia plastica include diversi scenari. La scoperta e la caratterizzazione di altri funghi degradatori in ambienti marini profondi o meno accessibili è il più interessante, unito all’indagine sulle condizioni ottimali (pH, temperatura, densità microbica) per massimizzare la degradazione plastica naturale.
Nei prossimi anni si potrebbero sviluppare di tecniche di coltivazione su scala industriale, per produrre enzimi o ceppi potenziati e integrarli con approcci di mycoremediation più ampi. Tra questi, l’uso di funghi per degradare vari contaminanti, che vanno oltre alla plastica.
Dove c’è il Parengyodontium album c’è speranza
Il fenomeno del fungo mangia plastica Parengyodontium album, rappresenta una frontiera affascinante nel contrasto all’emergenza della plastica negli oceani. Questo microrganismo dimostra che la natura, se opportunamente valorizzata, può fornire strumenti sostenibili e innovativi per la lotta all’inquinamento. Pur con limiti evidenti come la dipendenza dalla luce UV e la lentezza del processo, le ricerche aperte permettono di immaginare applicazioni future, dal recupero ambientale all’industria bio-trasformativa.





